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Siti Archeologici di Ardea

Un viaggio tra i resti di una civiltà che già i Romani consideravano antica

Siti Archeologici di Ardea
Le fonti antiche riportano l’esistenza di culti dedicati a Giunone Regina, a Castore e Polluce, a Venere, a Ercole, a Natio, e al fondatore Pilumno. Gli scavi archeologici hanno rimesso in luce i resti di quattro grandi templi, due sull’Acropoli e due sulla Civitavecchia.

Acropoli

Ardea nell'antichità era principalmente divisa in due parti, il pianoro della Civitavecchia e la rupe dell'Acropoli.
La parte dell'Acropoli oggi è identificata con il toponimo "la Rocca".
La Rocca è il centro storico e urbano di Ardea.

Salendo sul lato nord troviamo imponenti mura ciclopiche di rara fattezza considerando l'epoca di costruzione.
Alle mura successivamente è stata integrata  una torre pentagonale a difesa della porta della città.

Da alcuni studiosi di architettura militare questa torre è stata considerata come un modello progenitore dei "bastioni moderni" che si diffusero intorno al 1500.
 
Una rete di cunicoli scavati nel tufo e realizzati nel V secolo a.C.costituiscono un notevole sistema idraulico, destinato al drenaggio delle acque o per le fognature cittadine. Altri ambienti scavati nella roccia erano utilizzati come magazzini o cisterne, in alcuni casi suddivisi in navate da pilastri di tufo.

Ambienti scavati sul pendio della rupe sono stati interpretati come apprestamenti artigianali per l’attività della concia delle pelli (I secolo a.C.).

Alla base dell'edificio che oggi ospita il Municipio si trovano le fondamenta di un antico Tempio probabillmente dedicato a Giunone
 

Monte della Noce

Alle spalle della chiesa di Santa Marina si erge il Monte della Noce, che deve il suo nome non al noto albero, bensì al sostantivo noctis, il genitivo della parola latina nox, che in latino significa “notte”.

Questa piccola zona pianeggiante doveva rappresentare una parte importante dell’antico abitato di Ardea.
In quest’area, nel VI secolo a.C. , sorgeva uno dei più importanti santuari del Lativm Vetus.

Il tempio del Monte della Noce, scoperto nel 1981, permise di ricostruire, per la prima volta, la pianta di un tempio rutulo di grandi dimensioni (34×21 m, 714 m² di superficie), uno dei più grandi templi arcaici del Lazio.
 
Il suo arco di vita va dal VI alla prima metà del I sec. a.c., e si presenta così diviso: il pronao (l’atrio con colonne antistante la cella della divinità) con otto colonne su due file; la parte posteriore, formata da una cella centrale e due laterali, che accoglieva le statue delle divinità. Costruito in mattoni, aveva un’intelaiatura in legno e colonne lignee ed era riccamente ornato con lastre di terracotta a colori vivaci: rosso, nero e bianco avorio, con elementi decorativi simili ai materiali negli altri due templi (quello di Giunone sull’acropoli e il tempio dell’area del Casarinaccio, la cui divinità è incerta).
 
Il tempio dominò il Monte della Noce per oltre cinquecento anni, e pertanto la manutenzione fu effettuata con regolarità e molta cura, specialmente considerando la facile degradabilità dei materiali di legno di cui era composta la struttura interna. Le terrecotte colorate che decoravano e proteggevano le travi, i travicelli e le assi del tetto venivano rapidamente sostituite in caso di rottura.
 
Gli archeologi hanno rinvenuto anche un ambiente ipogeo riempito di oggetti rotti o ormai inutilizzabili, ma anche offerte votive dedicate alle divinità del luogo, segno che gli scarti venivano accumulati all’interno della stessa area sacra, e lo stesso scompartimento sotterraneo era adibito all’immagazzinamento degli ex-voto.
 
Poco meno di duemila anni fa, poi, vi fu una radicale demolizione del tempio, le fosse di fondazione vennero riempite di frammenti ceramici per livellare il terreno in superficie, e i resti del tempio ricoperti di terra.
Nel XX secolo l’aratro dei contadini in quella zona riportava continuamente alla luce reperti del passato, come statuette, falli, lucerne e altri reperti in ceramica. Si decise così di scavare al di sotto di un affiorante blocco di tufo, permettendo così agli archeologi di fare la grande scoperta.

 

Casarinaccio

La località “Casarinaccio”  si trova sul pianoro della Civitavecchia ed è chiamata così per la presenza di un vecchio casale medievale da tempo ridotto in stato di rudere.

In questo sito archeologico sono conservati i resti di un altro tempio, riferibile al VI secolo a.C., epoca di massimo splendore della città.
Gli scavi del tempio, eseguiti negli anni trenta, hanno riportato alla luce il podio del santuario, costituito da tre filari di blocchi di tufo poggianti direttamente sulla roccia, decorati all’esterno da modanature. Il tempio viene convenzionalmente identificato con quello di Venere.
 
Adiacente al tempio si trovava il foro cittadino, al quale era annessa una basilica, la cui costruzione è stata datata intorno al 100 a.C.
Della basilica si conservano ancora resti del pavimento in signino dal quale emergono le basi del colonnato.

Al margine degli scavi si possono osservare delle vasche con forme circolari che fungevano da terme.

 

Castrum Inui


Alla foce del fiume Incastro scavi archeologici in corso dal 1998, diretti dal dott. Francesco Di Mario, responsabile di zona della Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio, hanno riportato alla luce i resti di un centro portuale fortificato (dal IV-III secolo a.C. fino al III secolo d.C.) e di una precedente area sacra (dal VI secolo a.C. al II secolo d.C.), che sono stati identificati con il Castrum Inui e con il santuario internazionale noto come Aphrodisium, dedicato ad Afrodite Marina.
 
I reperti attestano la presenza di un insediamento urbano numericamente consistente ed organizzato che si avvaleva di grandi cisterne per la riserva idrica, era dotato di impianto termale, di elaborati meccanismi di deflusso delle acque, di costruzioni a più piani con decorazioni murali e numerosimosaici, sia con tessere grandi, sia con tessere molto piccole.

Le parti più antiche sono caratterizzate da strutture imponenti realizzate con blocchi ditufo di grandi dimensioni. Questi manufatti sono stati inglobati nelle costruzioni successive, che si sovrappongono e intersecano tra loro.

Con il passare dei secoli le ristrutturazioni diventano meno raffinate e realizzate prevalentemente riutilizzando il materiale esistente. Le recenti campagne di scavo hanno portato alla luce un’area sacra molto estesa, con edifici e strutture in tufo, provvisoriamente datate fra il VI secolo a.C. ed il II secolo d.C. una delle porte di accesso al Castrum ed importante materiale collegato al culto dei Dioscuri, di Venere, di Minerva e di Esculapio.
 

 

Ipogeo Paleocristiano

 

L’ipogeo di epoca romana, scavato all’interno del banco di tufo, ha pianta rettangolare di circa 3 x 3,60 metri. In epoca altomedievale l’antica struttura fu riutilizzata come luogo di culto cristiano. Nel vano absidale è raffigurata, tra due figure femminili identificabili come Sante o come Allegorie, la Madonna in Trono con il Bambino. Sul pilastro destro del vano è raffigurato S. Giovanni Battista, e al centro della volta, all’interno di un clipeo, l’Agnus Dei.
Sul pilastro sinistro si conserva un clipeo con il Cristo Pantocrator a mezzo busto.
All’interno dell’ipogeo sono presenti anche altri affreschi, in uno dei quali sono raffigurati due cavalieri; uno di essi è stato identificato con S. Giorgio, mentre l’altro potrebbe essere S. Demetrio o S. Teodoro.


 




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